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La lotta dei lavoratori Rockwool per il riscatto del Sulcis e della Sardegna

Operaio Rockwool (foto tratta da L'Unione Sarda)Quanto sta accadendo ai lavoratori della Rockwool ha dell’incredibile: i lavoratori sono in cassaintegrazione (in scadenza il 31 dicembre); la fabbrica – finanziata dalla legge per le nuove attività di reimpiego degli ex lavoratori delle miniere metallifere dell’Iglesiente – in questi giorni viene smantellata per essere successivamente rimontata in India, il tutto senza che il governo regionale abbia chiesto, oltre a qualche sterile indignazione, conto alla proprietà.

Secondo la consueta formula del capitalismo italiano, la Fiat insegna, la Rockwool è venuta in Sardegna, ha preso i nostri soldi, ha aperto uno stabilimento e, nonostante fosse produttivo e in attivo di bilancio, ha comunque deciso di chiuderlo per delocalizzare alla ricerca ancora maggiori profitti grazie allo sfruttamento di un lavoro sottopagato. Così circa 200 lavoratori (200 famiglie) sono stati prima utilizzati per percepire i finanziamenti e poi abbandonati al loro destino. La proprietà aziendale ha fornito una sconcertante prova di cinismo, escludendo sin dal principio nuove proprietà o altre soluzioni che salvaguardassero lo stabilimento e i posti di lavoro, magari con diverse produzioni. Hanno incartato e portato via lo stabilimento, con tutti gli impianti, e hanno persino opposto resistenza alla concessione della cig ai dipendenti.

Dopo oltre un anno e mezzo dalla chiusura i lavoratori non sanno ancora quale sarà il loro destino. L’ennesimo incontro alla Regione del 2 agosto non ha avuto alcun esito, certificando una volta di più l’incapacità di questa Giunta Regionale ad affrontare la grave crisi industriale che attraversa la nostra Isola e il Sulcis-Iglesiente in particolare. Questo territorio ha, purtroppo, il primato isolano di lavoratori in cig o in mobilità, sono oltre il 40% del totale regionale (oltre 2600 su circa 6300).

Ai lavoratori della Rockwool, così come a quelli della ex-Ila, della Eurallumina, e quelli della miriade di imprese piccole e medie che hanno chiuso o sono in crisi, va non solo la piena solidarietà del Partito della Rifondazione Comunista della Sardegna, ma un impegno concreto delle sue strutture e rappresentanze istituzionali nella battaglia che l’insieme del territorio e le organizzazioni sindacali stanno portando avanti per uscire da questa difficile situazione e costruire un futuro migliore per l’intera popolazione di questo martoriato territorio.

Le notizie positive che sono pervenute ieri da Roma, sul futuro dell’Eurallumina e della Carbosulcis, (l’accordo siglato al ministero dello sviluppo economico per la costruzione di una caldaia per la produzione del vapore; l’approvazione in via definitiva da parte del Senato del decreto sull’energia, che proroga di un anno il bando internazionale per la privatizzazione e da tempo per produrre un adeguato un piano industriale), non devono far abbassare la guardia. Anzi proprio adesso la vigilanza e la mobilitazione devono farsi più pressanti per raggiungere l’obiettivo della riapertura dello stabilimento dell’Eurallumina, e la realizzazione del progetto carbone, sperando che l’inerzia e di questa Giunta regionale, tra inchieste giudiziarie e rimpasti affacendata in tutt’altri problemi, non vanifichi anche queste ulteriori possibilità di rilancio dell’industria nel Sulcis. 

Gianni Fresu - Segretario Regionale PRC Sardegna