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CPR 27 settembre 2009: documento politico per l'elezione della Segreteria

Dopo l’elezione all’unanimità del Segretario, del Tesoriere e del Presidente del collegio di garanzia la struttura regionale del nostro partito necessita di completare il suo riassetto con l’elezione di una Segreteria capace di dare corpo e gambe al proposito che ci unisce tutti: rilanciare il processo della Rifondazione comunista in Sardegna e riaprire un’ipotesi credibile di fuoriuscita a sinistra dalla crisi in corso.La riorganizzazione del nostro patito si inserisce in un contesto oggettivamente difficile, nel quale sembra essere giunta a compimento l’opera di distruzione delle organizzazioni autonome di classe delle lavoratrici e dei lavoratori e con essa il progressivo restringimento degli spazi di democrazia politica, sociale ed economica conquistati in un secolo di lotte e oltre. Sicuramente tutto questo è il risultato di una lunga guerra che ha impegnato sul piano culturale e politico le forze del capitalismo mondiale, ma in esso rientra anche il carico di errori commessi nel nostro campo, anche in tempi estremamente recenti, sui quali andrà compiuta una riflessione rigorosa. Proprio in coincidenza con questo obiettivo storico delle forze conservatrici si è però determinata una gigantesca crisi del modo di produzione capitalistico. Come è stato ripetutamente detto, si tratta di una crisi di proporzioni e profondità che non si vedevano dal periodo tra le due guerre. Quella attuale è una crisi del capitalismo in quanto tale, con i suoi rapporti di produzione, sfruttamento e le sue modalità distorte di appropriazione delle ricchezze, non è una crisi né del cosiddetto neoliberismo, né una semplice crisi del sistema finanziario. L’attuale inabissarsi dei dati tendenziali sui consumi, che tanto allarma Berlusconi e la sua ampia corte, sono il frutto dell’autentica rapina operata a danno dei redditi da lavoro dipendente nell’ultimo ventennio, con lo spostarsi del 4% del PIL dal monte salari ai profitti delle imprese. Tra il 1995 e il 2006 i profitti netti sono cresciuti di circa il 75% mentre i salari solo il 5,5%. L’Italia è il sesto tra i paesi OCSE ad avere una distribuzione del reddito diseguale. L’esodo dal monte salari ai profitti è incontestabile: tra il 1993 e il 2008 a fronte di una crescita della produttività del 14,3%, solo il 3,8% è stato ridistribuito al lavoro, vale a dire, il 27% dei dati complessivi. A questa condizione catastrofica ci hanno condotto le scellerate politiche dei redditi gestite con continuità dai governi tecnici del 92-93, quelli di centro sinistra e quelli della destra. Una rapina che non è avvenuta solo attraverso la compressione salariale coatta, nella fase 1993-2008 il sistema fiscale ha drenato gran parte delle sue risorse proprio dai lavoratori dipendenti. Lo Stato si è avvantaggiato di una somma pari a112 miliardi di euro, tra maggiore pressione fiscale e mancata restituzione del fiscal drag, assorbendo i pochi guadagni di produttività. Tra il 1995 e il 2006 i profitti netti sono cresciuti di circa il 75% mentre i salari solo il 5,5%. Se questo è avvenuto in periodi di espansione economica come stupirci dunque dei dati sui consumi oggi?

La crisi economica che investe in tutte le sue articolazioni il capitalismo mondiale, al di là delle argomentazioni di comodo della stampa e del mondo accademico asservito, mostra dunque in Italia e in Sardegna il suo volto ancora più brutale, per effetto dello smantellamento del sistema di garanzie e tutele del mondo del lavoro sanciti dalla nostra Costituzione, di scelte politiche sempre orientate a vantaggio dei padroni e mai dei lavoratori. In questi anni la lotta di classe è stata condotta unilateralmente dal capitale contro il lavoro, ora in una fase come questa deve essere il mondo del lavoro a lanciare la sua offensiva. In autunno gli effetti della crisi saranno ancora più evidenti, con l’esaurirsi dei cicli di ammortizzatori sociali e l’aumento esponenziale della disoccupazione per effetto della stretta del credito sulle imprese.

La storia ci insegna che le recessioni hanno sempre dato luogo non solo al netto peggioramento delle condizioni di vita e lavoro delle masse popolari, ma a fasi tragiche di imbarbarimento delle relazioni sociali, di involuzione politica e culturale. Ci troviamo in una «crisi organica del capitalismo», ed è esattamente in simili contesti che hanno luogo i peggiori processi di “modernizzazione” dei rapporti economici e sociali, attuati sempre attraverso la passivizzazione coatta delle grandi masse popolari. La storia ci insegna che se le classi subalterne non sono in grado di esercitare una funzione di direzione politica, conseguente ad una piena autonomia politica e sociale, nella crisi hanno solo da perdere. Se il mondo del lavoro non è in grado di esercitare un’egemonia inevitabilmente ne subisce una di senso contrario. Oggi come ai primordi del Ventennio il conflitto è indicato come la causa della crisi e della perdita di competitività del sistema economico. Ieri si parlava di corporativismo in funzione dei superiori interessi della nazione, ora di azienda Italia, ma la sostanza dell’obiettivo è la stessa: derubricare il conflitto dall’agenda politica e sociale del paese, cancellare l’idea stessa di un’autonoma rappresentanza di classe delle masse popolari attraverso il definitivo smantellamento del contratto collettivo nazionale di lavoro. È esattamente da lì, invece, che dobbiamo ripartire. L’unica uscita da sinistra consiste nell’investire tutte le nostre energie e risorse nel conflitto, andando oltre le mistificazioni di un bipolarismo fasullo che nasconde la tutela dei medesimi interessi di classe.

Il berlusconismo rappresenta una delle pagine più nere e reazionarie di modernizzazione capitalistica della Storia d’Italia, è una miscela che coniuga perfettamente le pulsioni insieme conservatrici ed eversive delle classi dirigenti italiane. Berlusconi non è, come spesso viene rappresentato in alcune nostre analisi, un semplice fenomeno di avanspettacolo, un leader da paese di Pulcinella, è un rappresentante moderno, dannatamente moderno, del populismo autoritario. È la camicia nera che indossa il doppio petto, consapevole che in una società a capitalismo avanzato il mantenimento del potere entro uno schema di equilibrio passivo, si gioca più sul versante dell’egemonia, sulla capacità di imbrigliare, irreggimentare le masse entro schemi culturali, politici, di civiltà imposti, piuttosto che attraverso la coercizione immediata, diretta e visibile.

In questi anni la vittoria strategica delle destre è non solo economica e politica, ma culturale, egemonica, e basta girarci attorno e ascoltare un qualsiasi discorso in un luogo pubblico per comprenderlo. Berlusconi ha saputo coagulare intorno a sé un nuovo blocco di potere reazionario tanto resistente da non essersi ancora frantumato, nonostante depressione economica, peggioramento delle condizioni di vita e lavoro dei cittadini, scandali e crisi internazionali di proporzioni impensabili solo qualche anno fa. In questo blocco si reggono insieme elementi tra loro enormemente diversi eppure tutti funzionali al disegno politico complessivo: settori trainanti del capitalismo settentrionale che in questi decenni hanno accumulato immense fortune; elementi sia dinamici che parassitari del capitalismo meridionale; ambienti più conservatori e militarizzati del cattolicesimo, diretta emanazione delle gerarchie vaticane; i ceti medi incattiviti dai nuovi fenomeni di proletarizzazione che la decadenza economica dell’Italia ha prodotto su di loro; fasce significative del mondo del lavoro egemonizzato a destra sui temi del liberismo populista e delle pulsioni xenofobe; il sottoproletariato dominato dalle reti clientelari e malavitose del voto di scambio.

La giunta regionale Cappellacci è la più brutale dimostrazione di questa involuzione democratica anche da noi, è la sacra alleanza che unisce la vecchia borghesia compradora dell’isola agli interessi autoctoni e internazionali della speculazione immobiliare ed energetica. Una giunta totalmente distante dai reali interessi della stragrande maggioranza dei sardi, integralmente concentrata nel conseguimento del proprio bottino e ciò nonostante saldamente in sella nel pieno divampare di una crisi di proporzioni drammatiche.

Dopo le miracolistiche promesse della campagna elettorale (chi ricorda più i mille euro per ogni disoccupato promessi da Cappellacci?) questa Giunta regionale si è distinta soltanto per il rapporto di servile vassallaggio alle esigenze del Premier Berlusconi. La Sardegna sta vivendo una drammatica desertificazione industriale ed economica e la decisione dell’ENI è solo l’ultimo episodio di una lunga serie di comportamenti che confermano il disprezzo verso la Sardegna da parte del Governo nazionale e delle imprese. Portovesme, Portotorres, Ottana, Macchiareddu, sono le stazioni di una infinita Via crucis inflitta ai lavoratori sardi. Le imprese, dopo aver goduto di agevolazioni, finanziamenti a pioggia e aver devastato l’ambiente, ringraziano e danno il ben servito e la classe politica si dimostra incapace ad esercitare un qualsiasi ruolo positivo. Sembra impossibile, ma la maggior preoccupazione del governo regionale, nei giorni che hanno preceduto l’inaccettabile decisione dell’ENI, erano rivolte al “rimpasto” dopo appena cento giorni di governo. La Sardegna è trattata alla stregua di una colonia e il suo governatore si comporta come i vecchi Vicerè spagnoli o piemontesi.

E che dire della vertenza del mondo scolastico, a fronte di 2500 posti di lavoro in meno (tra docenti e personale ATA) che vanno a nutrire la già folta schiera di disoccupati, precari e cassaintegrati del comparto industria, il governo regionale risponde mettendo la testa sotto la sabbia, preferendo utilizzare 20 milioni di euro, già stanziati per interventi contro la dispersione scolastica, per nascondere gli effetti di scelte politiche nazionali che puntano allo smantellamento della scuola pubblica. Preferisce raschiare il fondo del suo barile piuttosto che aprire una vertenza con il Governo nazionale, accettando senza battere ciglio l’aumento vertiginoso dei disoccupati e la chiusura di 225 plessi scolastici, che costituisce il definitivo colpo di grazia per le comunità dei piccoli centri nell’interno. Come in tutte le altre vertenze che hanno per soggetto la Sardegna il ruolo delle nostre istituzioni regionali è di totale subalternità e prostrazione, questo governo regionale non è stato neppure in grado di sottoscrivere intese sulla scuola a differenza della Sicilia che ha spuntato un finanziamento supplementare di 10 milioni di euro.

Le istituzioni autonomistiche della Sardegna non hanno mai vissuto un livello tanto basso di degrado e assenza di autorevolezza politica. La Giunta Cappellacci dovrebbe dimettersi per reiterata incapacità a rappresentare il popolo sardo, le forze sociali e quelle democratiche dovrebbero prepararsi ad una dura lotta eppure assistiamo increduli ancora ad assurde operazioni di dialogo e legittimazione politica. Come hanno potuto i consiglieri regionali dell’opposizione partecipare all’indecente messinscena del tavolo di trattative per l’industria a Roma? Perché far credere che tutte le forze politiche e sociali dell’isola sono unite nel rivendicare i diritti dei sardi e che dunque esistono interessi comuni tra il prestanome di Berlusconi e il popolo sardo?

La Sardegna si appresta ad affrontare una importante tornata elettorale che coinvolgerà tutte le sue province e alcune sue importanti città delineando un nuovo quadro politico di rilievo regionale. Questa fondamentale scadenza avviene in un contesto drammatico aggravato dalla comprovata incapacità della giunta Cappellacci ad assolvere il suo ruolo, al di là della sistematica occupazione e lottizzazione delle funzioni di sottogoverno e delle amministrazioni pubbliche secondo logiche da basso impero democristiano. La Sardegna ha subito in sequenza una serie di schiaffi umilianti da parte del governo Berlusconi, la vergognosa misera entità nei trasferimenti statali prevista in finanziaria è solo l’ennesima dimostrazione della scarsissima considerazione che gode il popolo sardo nelle alte sfere del governo nazionale. In campagna elettorale la promessa era che “La Sardegna sarebbe tornata a sorridere”, in realtà nulla induce all’ilarità e il sentimento più diffuso è di amara costernazione. Occorre una radicale svolta politica e il Partito della Rifondazione comunista deve concentrare tutte le sue energie e risorse per favorirla

Federazione della sinistra e partito

Bisogna lavorare per costruire un soggetto politico adeguato alla sfida, in grado di indicare la via d’uscita attraverso un modello di sviluppo radicalmente alternativo. La costruzione della lista comunista e anticapitalista, pur nel deludente risultato, ha costituito un’importante novità; l’assemblea nazionale per la federazione della sinistra del 18 luglio ha avviato la trasformazione dell’esperienza elettorale in proposta politica. Ora bisogna praticare quella strada anche nella nostra regione facendoci da subito promotori di un’analoga iniziativa a livello regionale e nei singoli territori. Senza pensare a partiti unici della sinistra in salsa arcobaleno, ma concentrandoci sui contenuti della proposta politica, dobbiamo lanciare l'idea a tutti i soggetti della sinistra e dell’impegno sociale la creazione di un tavolo regionale di confronto, che poi sappia tradursi in concreta analisi e proposta politica nelle province, affinché la sinistra risulti unità in un comune patto di azione a partire dal quale confrontarsi con le altre forze democratiche definendo i termini essenziali della prossima agenda politica. Solo se avremo una sola voce, prima e non dopo le trattative, potremo assumere un ruolo di massima apertura unitaria e insieme di autonomia politico-programmatica delle forze della sinistra, evitando di favorire la nostra marginalizzazione ad opera del PD e quindi la nostra completa subalternità alle scelte da esso compiute. In piena continuità e coerenza con la scelta della lista comunista e anticapitalista siamo dunque pronti a metterci in gioco. La costruzione della federazione della sinistra deve procedere di pari passo con il rilancio della rifondazione comunista in Sardegna. Da noi la scissione si è protesa in maniera più subdola, nell’attesa di incassare con le risorse e il simbolo della nostra organizzazione l’elezione dei consiglieri regionali. I compagni, anche e soprattutto quelli che hanno sostenuto il vecchio gruppo dirigente, sono stati ingannati e, una volta conquistato il bottino, abbandonati. La situazione attuale è dunque difficilissima, con lacerazioni ancora vivissime e uno stato politico organizzativo pesante. Non abbiamo rappresentanze istituzionali regionali, non abbiamo le nostre risorse di bilancio, di tutto questo bisogna tenere conto per comprendere i problemi che dovremo affrontare.

Nonostante tutto ciò durante la campagna elettorale, grazie all’impegno eccezionale dei compagni di tutti i territori e le sensibilità politiche, si è ottenuto un ottimo risultato in controtendenza con il dato nazionale. In campagna elettorale si è percepito uno spirito nuovo di unità e rispetto tra le compagne e i compagni, e la stessa candidatura è stata sostenuta con lealtà e convinzione da parte di tutti proprio perché percepita come candidatura dell’intero corpo del partito. Ma i segnali di controtendenza sono anche altri, dopo lo shock per l’ennesima scissione diversi circoli si sono ricostituiti, tanti iscritti che per anni non avevano rinnovato la tessera si sono riavvicinati, intere federazioni si sono rimesse in cammino producendo nuovi gruppi dirigenti e creando un clima nuovo di fiducia e solidarietà tra compagni. L’ottimo lavoro svolto dalla federazione di Cagliari, capace rifondarsi sulle sue ceneri, organizzare sei feste di liberazione nell’arco di un mese ed essere in prima fila nella direzione di vertenze significative come l’occupazione dell’USP ne è un esempio.

Quello spirito deve ora guidarci nella costruzione dei nuovi organismi regionali del partito unitari e plurali, ma deve spingerci a modificare tutte quelle realtà che continuano a reggersi su gestioni che escludono una parte del partito. Non è ammissibile richiedere il massimo di apertura unitaria nel livello regionale e poi mantenere enclave nelle quali tutto rimane come prima in termini di rapporti tra le sensibilità, funzionamento degli organismi dirigenti, rispetto delle regole statutarie. Bisogna superare le sacche di resistenza che ancora sussistono per praticare sinceramente e a tutti i livelli l’unità del partito. È necessario inaugurare una stagione nuova, che mandi definitivamente in soffitta l’idea che il partito si governa a maggioranza. C’è bisogno del contributo di tutte e tutti, a prescindere dalle collocazioni congressuali, per ricostruire il partito e rendere nuovamente credibile la sua proposta politica; c’è bisogno di superare ogni settarismo e sterile contrapposizione preconcetta. Per troppo tempo siamo rimasti a rimirarci l’ombelico impegnati nella dialettica interna, è ora di dedicarci totalmente alla proiezione esterna per tornare ad essere uno strumento utile alle classi subalterne sarde e non una nicchia di ceto politico che si distingue solo per una maggiore radicalità di certe sue affermazioni. Per far questo è necessario anzitutto rendere nuovamente sovrano il CPR, in passato svuotato di ogni funzione effettiva e reso mero organo di ratifica di scelte già prese in altre sedi, specie istituzionali. Bisogna garantire a tutti i livelli una assoluta trasparenza nella gestione dei bilanci proponendo dal livello regionale in giù dei regolamenti contabili dettagliati, stabilendo una volta per tutte il rapporto di contribuzione alla vita del partito dei rappresentanti nelle istituzioni.

Per quanto riguarda invece le funzioni esecutive dobbiamo rigettare ogni concezione leaderistica e carismatica della direzione politica. Non abbiamo bisogno di un segretario Deus ex machina che si rapporti agli altri organismi politici come un monarca con la sue Corte, dobbiamo invece puntare tutto sulla diffusione delle funzioni dirigenti e dell’elaborazione politica, avere come modello l’«intellettuale collettivo» piuttosto che un Consiglio d’Amministrazione. Favorire l’emergere di nuovi quadri dirigenti, facilitare la costante rigenerazione degli organismi attraverso un moto molecolare che consenta il rinnovamento e impedisca la cristallizzazione oligarchica delle funzioni di direzione. Rendere la proposta politica un progetto comune e condiviso, non l’intuizione intellettuale di uno o più capi tradotta militarescamente e burocraticamente in idee forza dal corpo militante. È oggettivamente un compito difficile, quasi impossibile, ma se non investiamo con coraggio sulla completa riforma del nostro agire politico che faccia riemergere dopo tanti anni la questione della «diversità comunista», anche sul piano morale, ogni tentativo sarà vano e la corrente avversa completerà di travolgerci. Del resto siamo comunisti e se abbiamo l’ambizione di rovesciare gli attuali rapporti sociali di produzione, perché mai non dovremmo aspirare a modificare in maniera radicale certi difetti strutturali della nostra organizzazione?

Al di là delle nostre questioni organizzative, c’è la necessità di spostare il baricentro gravitazionale del nostro partito per riposizionarci nel mondo del lavoro, puntando alla ricostruzione dei circoli e delle cellule nei luoghi della produzione materiale e immateriale, tentare di essere non solo un partito che vuole rappresentare le classi subalterne ma che ne è organicamente composto. Questo è per noi il primo significato di partito sociale. Per far questo dovremo saper aderire perfettamente alle contraddizioni della società sarda per renderle movente di azione politica popolare e non di passività. È giunto il momento di dar corso ad un lavoro di rilettura economica e sociale del nostro contesto, per dare risposte che non siano per l’ennesima volta la rimasticatura di vecchie parole d’ordine come Autonomia e Rinascita. Bisogna saper fornire un’analisi e un’elaborazione sulla questione sarda che sia corrispondente a ciò che la nostra società rappresenta oggi e non a ciò che era negli anni Cinquanta e Sessanta. Ridiscutere in termini nuovi il tema dell’autogoverno del popolo sardo in rapporto ad un profondo programma di rinnovamento economico e politico. Sottrarci dalla pastoia delle gestioni clientelari nelle vertenze economiche. Dobbiamo ripartire dal conflitto, essere in prima linea in tutte le mobilitazioni del mondo del lavoro e del disagio sociale.

Dobbiamo fare tutto questo con il massimo dell’ambizione e insieme dell’umiltà, sapendo bene che operiamo in un contesto a noi avverso, dopo un ventennio di sconfitte. Ci aspetta una lotta di lunga lena, una nuova lunga marcia, e se vedremo dei risultati non sarà certo nel breve o medio periodo. Per ora c’è da rimboccarci le maniche, ricostruire, ricostruire ed ancora ricostruire e tentare di mantenere aperta nella nostra regione e nel nostro paese una questione comunista che sia processo popolare e di massa, non mera testimonianza per sette o ristrette élites di illuminati.

La Segreteria regionale

La segreteria regionale che andiamo a proporre dovrà cimentarsi in quest’opera tutt’altro che facile e dall’esito certo. Essa dovrà costituire l’organo esecutivo del partito, la qual cosa significa che dovrà attuare l’indirizzo stabilito nel CPR, non sostituirsi ad esso. Essere una segreteria politica e non di mera rappresentanza territoriale. Rappresentare tutti i territori nella segreteria sarebbe impossibile e controproducente. Occorre pensare ad una segreteria strettamente operativa, capace di riunirsi in qualsiasi momento, nella quale devono essere presenti compagni delle diverse sensibilità realmente rappresentativi della vita politica di questo partito, non dei prestanome. Il rapporto con i territori però va salvaguardato stabilendo momenti di incontro periodico con i Segretari di federazione per un corretto rapporto di interazione politica tra i due livelli di direzione.

Conseguentemente a questa impostazione dopo l’elezione di Segretario e tesoriere andiamo a integrare le funzioni esecutive del nostro partito in questo modo:

  • Organizzazione: su tale funzione, tenuto conto della condizione nella quale ci troviamo, pesa sicuramente una delle incombenze politiche più impegnative per la prossima Segreteria. Essa dovrà non solo farsi carico della riorganizzazione regionale del partito, ma verificarne, caso per caso, la reale situazione nelle federazioni dal punto di vista del tesseramento, dell’articolazione per circoli, degli organismi politici realmente insediati e operanti.

  • Formazione: tale funzione assume un rilievo assoluto nel rilancio della Rifondazione comunista, vale a dire di un’organizzazione che non intende essere un comitato elettorale ma aspira a divenire partito di massa. Come abbiamo detto è necessario puntare tutto sulla formazione di nuovi quadri dirigenti e sulla estensione massima dell’attività di elaborazione e direzione politica. Per fare questo però bisogna intendere diversamente la formazione da come avveniva negli anni passati. Prima la formazione era considerata un’articolazione di un non ben definito ambito culturale che spesso comprendeva scuola e università. Nulla di più sbagliato, la formazione non deve produrre cultura ma quadri, ciò significa che essa è una funzione politica organizzativa come il tesseramento. È una funzione essenziale per garantire un salto dalla semplice crescita quantitativa a quella qualitativa. Per questo la formazione dovrà operare in stretto raccordo con l’organizzazione, preparando i compagni ad attività concrete di direzione politica, costruzione di vertenze sociali, rappresentanza comunista nelle sedi istituzionali. Per essere ancora più chiari la formazione non dovrà organizzare convegni di carattere genericamente culturale ed ogni attività formativa dovrà essere verificata nella ricaduta sull’organizzazione.

  • Enti locali: la presenza negli enti locali diviene assolutamente essenziale per la vita del partito, sia perché attraverso essa passa anche parte del nostro discorso sul radicamento sociale e territoriale, sia perché l’esperienza negli enti locali consente di far vivere la nostra linea politica su livelli istituzionali più vicini alle concrete condizioni materiali delle classi subalterne. Rispetto al passato l’attività regionale dovrà puntare maggiormente ad una omogeinizzazione di comportamenti politici e soprattutto di raccordo tra l’azione svolta nelle istituzioni e la vita interna del partito. Troppo spesso tra i due livelli non esiste un rapporto organico e l’attività istituzionale si sviluppa separatamente fino a condizionare la vita del partito, mentre dovrebbe essere l’esatto contrario. Tutto questo ha tanto più senso alla vigilia di una tornata elettorale che coinvolgerà oltre a tutte le province anche tantissimi comuni, fino a delineare un nuovo quadro politico regionale.

  • Lavoro e attività produttive: non c’è bisogno di troppi giri di parole, se vogliamo ripartire dal conflitto capitale lavoro, su questo secondo termine della dialettica sociale e politica dobbiamo puntare tutte le nostre energie. Negli ultimi anni siamo stati progressivamente espulsi dal mondo produttivo, tanto che fasce sempre più significative di lavoro dipendente, e segnatamente operaio, votano a destra. Occorre dunque non solo avere un partito capace di avanzare una propria proposta politica, dobbiamo essere in prima fila in tutte le vertenze che riguardano il mondo del lavoro, dobbiamo radicare sui luoghi della produzione materiale e immateriale la nostra organizzazione ricostituendo in essi cellule e circoli. A tal fine diviene essenziale programmare una conferenza regionale delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti.

  • Questioni ambientali: il tema del lavoro e delle lotte alle modalità distorte di produzione e sfruttamento del capitalismo non può più essere disgiunto dal tema dell’ambiente. Ciò vale in termini generali ma assume un significato ancora maggiore in rapporto alla nostra isola. In Sardegna sui temi ambientali si giocano alcune delle fondamentali contraddizioni capitalistiche che inevitabilmente pongono in rapporto la produzione effimera della ricchezza con la distruzione di risorse naturali pregiate: speculazione edilizia e immobiliare, capacità inquinante degli insediamenti produttivi, servitù militari, interesse verso la nostra regione da parte delle multinazionali dell’energia, sono solo alcune delle voci su cui deve svilupparsi un’iniziativa specifica e intensa del partito. La nostra proposta di modello di sviluppo deve immancabilmente rendere l’ambiente risorsa positiva da valorizzare e non depauperare. Questo è un terreno fondamentale di azione, analisi ed elaborazione che non è disgiunto dalla lotta al capitalismo ma ne è parte integrante e significativa.

  • Federazione della sinistra, questione sindacale e rapporti con i movimenti: nei prossimi mesi il partito sarà impegnato anche in Sardegna nella costruzione della federazione della sinistra, preceduto da un’assemblea regionale alla quale dovranno essere invitate forze politiche, associazioni sociali, organizzazioni sindacali e soggetti dei movimenti. La cura nella costruzione di questi rapporti richiede un ruolo specifico in Segreteria perché il rilancio della rifondazione comunista ha un senso solo se coniugato con la ricerca costante di un rapporto più unitario nella definizione di un comune terreno di proposta e azione politica. Oltre a questo è necessario occuparci con maggiore intensità delle questioni sindacali per troppo tempo abbandonate a sé stesse dal nostro partito. Abbiamo tanti compagni impegnati in prima fila nelle organizzazioni sindacali confederali e di base, occorre raccordarne l’azione e favorire la circolazione delle informazioni. Ciò non solo consentirà la valorizzazione di quell’attività spesso solitaria, ma favorirà la stessa crescita del partito sul terreno concreto della lotta sociale.

  • Comunicazione: quella che un tempo era la funzione stampa e propaganda diviene in una società moderna a capitalismo avanzato assolutamente cruciale. Non si tratta solo di gestire i rapporti con la stampa e tradurre in senso comune linea e parole d’ordine del nostro partito. La questione della comunicazione è centrale per l’apertura all’esterno della nostra organizzazione, attività quanto mai centrale in una fase nella quale subiamo un cordone sanitario da parte dell’informazione che impedisce di far filtrare all’esterno la nostra proposta politica. Un discorso a parte, all’interno di questa funzione, merita «Liberazione», inteso sia come quotidiano sia come feste. Sappiamo bene che il nostro organo di partito non è più diffuso in Sardegna a causa dei costi troppo alti in rapporto alle poche copie vendute. «Liberazione» è però uno strumento essenziale alla vita del nostro partito da tutti i punti di vista, occorre organizzare da subito delle reti di acquisto certe in ogni provincia per garantirne la circolazione. Abbiamo compagne e compagni che lo fanno per i prodotti equo solidali e per quelli biologici, non si capisce perché non dovremmo farlo per la diffusione regionale del nostro quotidiano. Per quanto riguarda le feste, invece, occorre un raccordo e una programmazione regionale che consentirebbe di articolarne meglio la struttura e l’efficacia. Le feste di «Liberazione» sono un momento essenziale di apertura all’esterno che oltre a veicolare la nostra proposta consente l’autofinanziamento, facilità la socializzazione tra i compagni nel lavoro, costituisce una palestra formativa naturale. Coordinare le nostre feste avrebbe l’effetto di ridurre i costi su artisti e relatori (spalmare la presenza su più passaggi farebbe pesare meno sulle singole feste il costo del trasporto e degli stessi eventi); metterebbe in circolo strutture tecniche, competenze e qualifiche professionali sempre più complesse con le nuove normative; renderebbe più organica e territorialmente articolata la nostra presenza. In ultima analisi questa programmazione dovrà necessariamente sfociare nell’organizzazione di una grande festa regionale di «Liberazione» che sia patrimonio di tutto il partito e gestita da tutti i circoli della Sardegna.

Gianni Fresu - Segretario Regionale del PRC Sardegna.

Approvato dal Comitato Politico Regionale della Sardegna. Cagliari, 27 settembre 2009